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Martina: E' una questione tra martinesi

01.07.2008
Troppi errori, tutti evitabili: e l'A.C. Martina non c'è più
SIMBOLO DI UN MARCHIO CHE NON C'E' PIU' Prisciandaro, re dei bomber con la maglia biancazzurra
di Carlo Colucci

E il Martina se ne va. Dopo quasi 61 anni, nella maniera peggiore. Perché a cancellarlo non sono le difficoltà economiche, ma le lotte intestine. La fine dell’A.C. Martina è infatti una questione tra martinesi, fatta soprattutto di orgoglio. Lo stesso che negli ultimi anni l’ha fatta sempre più da padrona, accecando proprio tutti. Sono segnati inevitabilmente da quel mancato ripescaggio gli ultimi campionati del Martina, che dagli apici della propria storia, ha conosciuto una ripida discesa, sino a giungere al punto di non ritorno. E’ dura la prima notte senza i colori biancazzurri, specie per chi vi ha dato davvero tanto. L’album dei ricordi scorre, scorre inesorabile, dalle immagini in bianco e nero passando all’ultimo decennio, di certo il più esaltante. Ma non c’è stato verso di evitare l’ennesima crisi, quella decisiva. Troppo forte la frattura tra società e tifosi, troppo evidenti i limiti dell’una e dell’altra parte. Il calcio al momento è finito, perché l’isola felice non esiste più. Contestazioni contro tutti e tutto, per alcuni anche manovrate, ma soprattutto più volte testimonianze di una tifoseria allo sbando, nonostante l’abnegazione dello storico Michelangelo. E’ stata la sconfitta della comunicazione, il massacro di un marchio che adesso non c’è più. Troppo forte il contraccolpo d’immagine subito dopo i ripetuti tira e molla degli ultimi anni, conclusisi tutti con un finale apparso a volte già scritto. E questo a scapito di una programmazione assente e che si è fatta sentire soprattutto nelle casse dell’A.C. Martina, o meglio dire della famiglia Cassano. Impossibile ottenere risultati in questa maniera e perciò ovvie le contestazioni dei tifosi. Non c’è mai stata chiarezza nelle ultime estati, quella che d’improvviso è invece apparsa solo un mese fa. Furono tutte le verità di Cassano a svelare l’arcano di una squadra costata ben molto più del proprio iniziale rendimento. Una squadra costruita non con l’approssimazione degli sprovveduti, ma con l’incompetenza (e ci fermiamo qui) di chi, nell’arco di una sola stagione, ha centrato l’insolito primato di due retrocessioni e un fallimento. Chi doveva garantire la liquidità lo ha fatto, chi doveva curare i rapporti tra società e patron pure. Chi invece aveva le responsabilità di una gestione mirata al raggiungimento degli obiettivi prefissati, è stato clamorosamente assente perchè privo del carisma necessario. Sta qui una delle cause della crisi venutasi a creare, alimentatasi dai risultati del campo giunti con grave ritardo, nonché dal mancato coraggio di operare le giuste scelte quando il tempo era ancora amico. Ma quanto dopo avvenuto non ammette attenuanti, con la diaspora dalla Valle d’Itria che adesso s’interpreta come una vera eutanasia. L’A.C. Martina è stato fatto morire proprio in quel momento e non in una calda giornata di giugno. Quando forse anche Chiarelli aveva compreso che non c’era davvero più nulla da fare per convincere Cassano all’ennesimo dietrofront. L'avvocato, che con la sua mediazione il miracolo l’aveva più volte compiuto quando la fine appariva certa. Ma che le contestazioni non le aveva mai completamente accettate. Negli ultimi tempi apparse davvero troppo forti, ma soprattutto alle quali si è dato un’importanza spropositata. Forse perché chi martinese lo è dentro non accetta le arringhe della propria gente, che negli ultimi tempi non ha guardato in faccia a nessuno e, nell’incertezza politica, non ha realmente fatto nulla per evitare i titoli di coda. Troppo facile criticare dietro un nomignolo frutto di fantasia, ma che spesso cela l’identità di minorenni o di persone abituate a fondere nel calcio invidie o frustrazioni personali, sciolinando parole perché tutelate dall’anonimato. Purtroppo costa caro ammetterlo, ma c’è tutto questo dietro la fine dell’A.C. Martina, dovuta per gran parte alla chiusura mentale di una realtà ancora troppo provinciale nel bel mezzo dell’epoca della globalizzazione senza più confini. E chissà cosa sarebbe successo se da entrambe le parti si fosse messo da parte quell’orgoglio esasperato, o se si fosse ben compresa l’entità del mezzo televisivo alla vigilia delle dimissioni di Cassano. Serviva parlare, non attaccarsi. Ma gli animi erano fin troppo esasperati. E’ mancato il passo indietro nel momento giusto. E adesso siamo tutti più poveri e meno felici. Tutti tranne forse qualcuno. Coloro stessi che hanno atteso la fine prima di ricominciare. E’ dura il risveglio senza i colori biancazzurri. Per tutti, ma probabilmente non per loro.

Pubblicato il 1/7/2008 alle 8.48 nella rubrica Martina.

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